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Glyfosate: Divieto sì, divieto no

Nelle ultime settimane la questione relativa all’utilizzo del glyfosate quale diserbante per le coltivazioni, ed ai possibili rischi per la salute dei consumatori è balzata spesso alla ribalta delle cronache di salute.

La sostanza in questione è presente in oltre 750 erbicidi, di cui il primo, e più famoso, è il Roundup, brevettato nel 1974 dal gigante dell’agrochimica Monsanto.

Oggi è il diserbante più venduto al mondo, con un consumo annuale  stimato a 825mila tonnellate, un quarto del mercato globale, ma è anche il più contestato, da anni. La motivazione si lega al suo  probabile potere cancerogeno.

La battaglia del glyfosate inizia ufficialmente nel marzo 2015, quando la IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), filiazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, pubblica un documento in cui dichiara, per la prima volta ufficialmente,che il glyfosate è  genotossico per il DNA, cancerogeno per gli animali e potenziale cancerogeno per l’uomo  (Monografia 112).

La pubblicazione viene  presto seguita dagli attacchi all’autorevolezza scientifica degli esperti dell’ agenzia dell’OMS che partecipano alla valutazione della sostanza , accusati  di fare della scienza spazzatura.

Tuttavia nell’ottobre del 2015, l’agenzia europea EFSA ( l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) ed a breve distanza, l’ECHA  (Autorità europea per i prodotti chimici) ribaltano le conclusioni della IARC, sostenendo che non ci sarebbero prove della cancerogenicità del composto sull’uomo.

Per cercare di fare un po’ di chiarezza circa due valutazioni tanto contrastanti, va considerato che le entità coinvolte non lavorano allo stesso modo:
La IARC emette una previsione sull’eventuale pericolo che presenta una sostanza, mentre le due agenzie europee fanno un risk assessment , ovvero stabiliscono , ad esempio, le dosi consentite di contaminazione al di sotto delle quali non ci sarebbe rischio.  Nessuna di loro però  fa direttamente ricerche di laboratorio ed in entrambi i casi le  valutazioni si basano esclusivamente su studi già disponibili.

Una differenza di fondo però c’è : la IARC prende in esame solo ricerche fatte in laboratori certificati indipendenti, le agenzie europee, invece, si basano anche su studi presentati dalle stesse aziende produttrici dei composti. In questo modo il controllato assume il ruolo  anche in controllore , per vie traverse e  senza dare troppo nell’occhio,  dal momento che spesso le fonti non vengono rese pubbliche.

A metà del 2016  non si fa attendere la controffensiva degli ambientalisti e delle associazioni internazionali per la difesa dei cittadini, come Global 2000 , che rivelano e dimostrano  la permeabilità fra il mondo delle multinazionali della chimica e gli organismi scientifici cui l’EFSA aveva assegnato il compito di esprimere un parere sulla cancerogenicità del glyfosate. In questo modo viene  messa in dubbio l’integrità della valutazione del glyfosate da parte dell’U.E.

Tutto ciò suscita forte diffidenza nell’opinione pubblica, anche nei confronti dei regolatori che dovrebbero garantire la sicurezza dei prodotti messi in circolazione in Europa, diffidenza supportata anche dai risultati di una nuova autorevole ricerca, condotta in Italia dall’ Istituto Ramazzini di Bologna, che mette in evidenza, tramite test di laboratorio ,i danni provocati dal glyfosate su un modello equivalente uomo.

Le valutazioni scientifiche contrastanti tra l’agenzia per i tumori dell’Onu e le agenzie dell’Ue per la sicurezza alimentare e per i prodotti chimici preoccupano l’ U.E.

Il 25 ottobre scorso, infatti, l’assemblea elettiva si è opposta alla proposta dell’organo esecutivo di rinnovare per dieci anni la licenza dell’erbicida.

In tale sede il Parlamento Europeo ha presentato una proposta per il rinnovo dell’autorizzazione del Glyfosate per altri 5 anni, prevedendone la graduale eliminazione entro il 2022.

Il 9 novembre i Paesi Europei si sono nuovamente riuniti per discutere tale proposta,  purtroppo ancora una volta senza  giungere ad un accordo : 14 Paesi hanno votato a favore , nove , tra cui l’Italia, hanno espresso parere negativo,  5 Paesi, tra cui la Germania , si sono astenuti.

L’ultima occasione sarà il Comitato d’Appello , che la Commissione potrebbe convocare il 27 o il 28 novembre. La vicenda dovrà essere “ chiusa “prima del 15 dicembre , data di scadenza dell’attuale autorizzazione. Una “non decisione” da parte dei paesi dell’U.E. metterebbe Burxelles  nella scomoda posizione  di trovare una soluzione in autonomia o di presentarsi davanti alla Corte di giustizia europea su richiesta dell’Industria, per non aver rispettato le regole.

In Italia già dall’agosto 2016, Decreto 9 agosto del Ministero della Salute, vigono  stringenti misure restrittive relativamente all’impiego  di  prodotti  fitosanitari contenenti il glyfosate:

  • il divieto di utilizzo nelle aree frequentate dalla  popolazione  o dai gruppi vulnerabili quali: parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative,  cortili  e  aree  verdi  all’interno  di plessi scolastici, aree gioco  per  bambini  e  aree  adiacenti  alle strutture sanitarie;
  • il divieto di impiego in pre-raccolta al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura;
  • l’inserimento nella sezione delle prescrizioni supplementari dell’etichetta in caso di  impieghi  non  agricoli,  della  seguente frase: “divieto, ai fini della protezione delle acque sotterranee, dell’uso non agricolo su: suoli contenenti una percentuale di  sabbia superiore all’80%”.

E’ indubbio che tutte le sostanze chimiche siano dotate di tossicità, ma la  questione del glyfosate ruota soprattutto intorno all’aspetto cancerogeno del principio attivo . Resta pertanto un sentimento di perplessità diffuso nell’opinione pubblica, da quando sono emerse valutazioni scientifiche controverse su una sostanza al centro delle polemiche da molto tempo e la sensazione che ,come sempre ,non è dato di  conoscere la linea di demarcazione tra la tutela della salute dei consumatori e gli interessi economici dei  giganti delle multinazionali.